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Ansia

Quando la vigilanza non si spegne più e ogni cosa sembra richiedere una preparazione.

Un bosco di conifere nella nebbia, sotto un cielo pallido.

L'ansia non arriva quasi mai come un pensiero. Arriva prima nel corpo: la mascella contratta, il respiro corto, lo stomaco chiuso, il sonno che si spezza verso le quattro. Il pensiero viene dopo e cerca una spiegazione — il lavoro, i figli, una visita da fare — trovandone sempre una plausibile.

Chi ci convive a lungo smette di chiamarla ansia. La chiama carattere. Dice di essere una persona che si preoccupa, che controlla, che prevede. Ed è vero: quella vigilanza funziona, ha protetto da qualcosa, spesso per anni. Il problema comincia quando non si spegne più nemmeno quando non serve.

Quello che di solito porta qui

  • Una preoccupazione che si sposta di oggetto ma non di intensità.
  • Il bisogno di controllare in anticipo cose che non si possono controllare.
  • Rinunce silenziose: viaggi non fatti, occasioni non colte, inviti rifiutati con una scusa.
  • Una stanchezza che il riposo non tocca.

Che cosa possiamo farne

Nel lavoro non cerchiamo di zittire l'ansia, perché l'ansia zittita torna più forte. Cerchiamo di capire di che cosa sta parlando: quale minaccia sta segnalando, e perché quella minaccia è rimasta accesa dopo che la situazione che l'aveva accesa è finita. È un lavoro lento e non spettacolare, e per molte persone è quello che alla fine cambia le cose.

Scrivere è il primo passo

Mi racconti con parole sue di che cosa si tratta. Le rispondo io, personalmente.